Filosofia e nuove tecnologie

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Φιλοσοφια 2.0, o della filosofia ai tempi del web. Perché chi pensa che la filosofia sia una disciplina polverosa e incapace di comprendere la più recente svolta digitale e le nuove tecnologie, si sbaglia. Abbiamo la gradita occasione di intervistare Alberto Romele, filosofo che si occupa di ermeneutica, post-fenomenolgia e delle loro applicazioni al dominio delle nuove tecnologie digitali. Il progetto di ricerca di cui si sta occupando al momento si intitola “ermeneutica digitale” e con lui abbiamo parlato proprio del rapporto tra filosofia e nuove tecnologie.

La filosofia è una disciplina con un nobile passato, nata oltre 2000 anni fa. C’è qualche pensatore classico che può aiutarci a comprendere la trasformazione tecnologica che stiamo vivendo, oppure la riflessione sui nuovi media richiede nuove categorie di pensiero?

La tua domanda è molto interessante. Cercherò di rispondere per centri eccentrici. A un primo livello, ti posso dire che in realtà la filosofia s’interessa esplicitamente di tecnologie da oltre un secolo. Per convenzione, si fa nascere la filosofia della tecnica nel 1877 con la pubblicazione del libro Principi di una filosofia della tecnica di Ernst Kapp. E ovviamente potrei aggiungere che sono esistite riflessioni sulla tecnica da parte di filosofi ben prima della nascita della filosofia della tecnica, per esempio in Aristotele, Bacone e, ovviamente, Marx. Ora, esiste una sottobranca della filosofia della tecnica che si chiama “filosofia della computazione e delle tecnologie dell’informazione”. A sua volta, all’interno di questa esiste una “filosofia di Internet e dei nuovi media”.

raffaelloMa arriviamo al secondo livello. Senza annoiarti con queste distinzioni accademiche, ti posso dire che in effetti la filosofia, quella classica, può essere utilizzata come una “scatola degli attrezzi” per pensare le nuove tecnologie digitali. Ti faccio tre esempi. Innanzitutto, il concetto di virtuale, così com’è stato meditato da Deleuze e da Bergson, e ancora prima da Aristotele, che nel libro nono della Metafisica parla di atto (energheia) e potenza (dynamis). Se stiamo alla nozione aristotelica di potenza, il “virtuale” (virtus e virtualis in latino derivano proprio dal dynamis greco) non è più ciò che non esiste, una sorta di mondo parallelo e uno “spazio senza spazio”. D’altronde, questa è un’immagine di Internet che è stata superata già qualche anno fa. Il virtuale aristotelico è la possibilità, la capacità e la forza di passare da uno stato a un altro, come quando passo dall’essere seduto all’essere in piedi. Virtuale significa insomma la possibilità di pensare e fare in modo che gli stati del mondo prendano una nuova forma. Che cos’è in fondo Internet e il digitale se non un insieme di macchine capaci di riorganizzare il reale?

Leibniz_HannoverMi spiego, e introduco così il mio secondo esempio. Siamo abituati a pensare allo spazio come a una realtà statica, alla maniera in cui pensiamo le Alpi a Nord e Lampedusa a Sud del nostro Paese (curiosamente, abitando in Francia ho scoperto un’altra geografia, in cui le montagne coincidono col il Sud). Ma già Leibniz si era reso conto che lo spazio non è altro che il risultato di relazioni tra enti. In termini tecnici si parla di passaggio dalla topografia alla topologia. Internet e il digitale sono tecnologie che cambiano lo spazio topologico cambiando le possibilità di relazione tra gli uomini e tra le cose. Skype, whatsapp, etc. mi permettono di comunicare con la mia famiglia che abita lontano e così do una nuova forma al mio mondo-ambiente: posso vivere a Parigi o a Londra e passare buona parte della mia giornata in relazione con persone che abitano a Roma.

John-Locke.jpgL’ultimo esempio è quello dell’identità. Da ormai quarant’anni (anche se le radici di quest’idea si trovano nell’antichità, nel mito della nave di Teseo e, più recentemente, in autori come Locke) i filosofi parlano di un’identità che non è più sostanziale ma performativa o narrativa. Per dirla in maniera semplice, ciò che fa di noi degli esseri singolari non è tanto la stabilità del corpo o delle idee nel tempo (in fondo, nel giro di pochi anni abbiamo cambiato buona parte delle cellule del nostro corpo e, almeno per le persone di buon senso, abbiamo anche cambiato molte delle nostre idee e dei nostri pregiudizi) ma il fatto che, raccontando una storia su me stesso, do coerenza al mio essere nel mondo. Insomma, io mi riconosco come me stesso nella misura in cui mi riconosco come il protagonista di uno stesso racconto. Ora, raccontare non è (quasi) mai un’attività solitaria e “interiore” ma avviene all’esterno, di fronte ad altri e con altri. Ecco, penso che queste considerazioni sull’identità possano avere un ruolo importante per pensare la maniera in cui milioni di persone si raccontano oggi sui media sociali. E d’altronde, stiamo ancora parlando della capacità delle nuove tecnologie di riconfigurare alcuni aspetti del reale, in questo caso la mia stessa identità.

Vorrei ora spostarmi verso un terzo livello. A mio avviso, i filosofi commettono molto spesso l’errore di pensare alla loro disciplina come a un recinto chiuso, in cui alcuni sono ammessi e la maggior parte sono esclusi (un po’ come accade per l’elitarismo che caratterizza la musica classica e i suoi “intenditori”). Per inciso, mi chiedo se questo atteggiamento non sia alla base della crisi dell’insegnamento della filosofia nelle Università italiane. Eppure, se la filosofia vuole trattare di nuove tecnologie, dovrà per forza “sporcarsi” con altre discipline, dalla sociologia agli studi culturali, dai media studies ai digital studies. E il filosofo dovrà coltivare un “amore” per le tecnologie. Il che, ben inteso, non significa fare del filosofo un ingegnere. Significa semmai nutrire una curiosità etnografica per i nuovi media o, per usare un termine più digeribile ai filosofi, un interesse fenomenologico. La filosofia, per quanto sia banale dirlo, è molto più ampia della storia della filosofia e dei suoi esperti. A questo punto, quando la filosofia avrà capito la necessità di non curarsi tanto del suo giardino, ci sarà anche un momento d’inversione. Da una filosofia delle tecnica a una filosofia dalla tecnica. Le tecnologie potranno insegnarci molto e potranno aiutarci a pensare ciò che la filosofia non ha ancora pensato o ha smesso di pensare. Sono convinto, per esempio, che le nuove tecnologie mettano in avanti la relazione rispetto alle sostanze (e non è un caso che pensieri della relazione come quelli di Gilbert Simondon e Bruno Latour abbiano molto successo oggi tra coloro, non solo in filosofia, che si occupano di nuove tecnologie). Sono anche convinto che le nuove tecnologie ci possano insegnare quello che non troviamo ancora nei libri di etica che vengono studiati nelle università: la moralità delle macchine. Nel design delle (nuove) tecnologie è iscritta una moralità, sia nel senso che sono effettivamente costruite secondo degli assunti morali e culturali (più o meno consapevolmente), sia nel senso che ogni tecnologia favorisce certe azioni e decisioni e ne sfavorisce altre. Potremmo poi arrivare al caso estremo d’intelligenze artificiali capaci di una moralità propria. Ma qui andiamo verso il transumano, un terreno secondo me minato da troppe ideologie e utopie.

La filosofia ha sempre avuto nell’etica un campo di riflessione importante: il web solleva problemi etici nuovi o pone problemi etici che richiedono una seria riflessione?

Mi rendo conto di essere stato prolisso con la risposta alla tua prima domanda e cercherò dunque di essere più conciso con la seconda. Tanto più che le mie ultime considerazioni aprivano già a quello che mi chiedi. Sì, credo che le nuove tecnologie aprano nuove sfide etiche. Innanzitutto, come ti dicevo, ci obbligano a ripensare la morale e l’etica (faccio sempre fatica a distinguere questi due ambiti e qui preferisco usarli come sinonimi). In particolare, direi che i nuovi media ci obbligano a pensare un’“etica in comune” (sul modello dell’essere-in-comune di Jean-Luc Nancy o della communitas di Roberto Esposito). Ogni azione è ormai il risultato di un’intelligenza (o di una stupidità) collettiva. Anche i buoni esempi, che possono propagarsi per diventare abitudini virtuose, non nascono ormai più dal singolo ma da dinamiche di gruppo. E ovviamente le macchine hanno un ruolo importante in queste scelte. Ciò non riguarda, ovviamente, solo le nuove tecnologie. Giusto per citare l’esempio forse più famoso, nel 1980 Langdon Winner pubblicò un articolo dal titolo Gli artefatti hanno politica? La risposta era ovviamente positiva e, come esempio, egli parlava dei cavalcavia progettati da Robert Moses sull’autostrada che va da New York alle spiagge di Long Island. Questi ponti erano particolarmente bassi, cosicché solamente le auto, e non gli autobus, potevano percorrere l’autostrada. Come risultato, l’accesso alle spiagge di Long Island era riservato alla popolazione (tendenzialmente bianca) più abbiente, che si poteva permettere un mezzo di trasporto privato. Dunque, le tecnologie, “vecchie” e “nuove”, hanno una loro morale e impongono delle riflessioni etiche. Nel caso delle nuove tecnologie, poi, esistono delle problematiche specifiche, come la privacy, la sorveglianza e il diritto all’oblio. In tutti questi casi, si dimentica a mio avviso che la capacità delle tecnologie di “tenere traccia” di ogni cosa non è una proprietà essenziale e intrinseca alla tecnologia stessa. Semmai, si tratta del frutto di una scelta più o meno consapevole, che potrebbe essere in ogni momento rivista. Per esempio, come propone Viktor Mayer-Schönberger, si potrebbe mettere una data di scadenza ai file che registriamo sui nostri apparati digitali (o almeno un tasto che ci inviti a scegliere una data di scadenza, così da renderci consapevoli del nuovo rapporto che il digitale instaura col tempo). Il fatto è che in molti contesti deleghiamo questo genere di decisioni alle imprese private, quando invece dovremmo farne l’oggetto di un dibattito pubblico e, poi, di una scelta consapevole. Devo dire che la comunità europea, rispetto a quello che succede per esempio negli Stati Uniti, si sta muovendo bene in questa direzione. Poi, è anche vero che alcuni concetti, come quello di privacy, dovrebbero essere rivisti alla luce del mondo in cui siamo oggi. Scusa, anche qui mi rendo conto di essere stato troppo lungo ma ci sarebbero tante cose da dire…

Da un punto di vista filosofico, ha senso parlare di una “realtà virtuale” così come si fa nel linguaggio comune?

Ecco, su questa domanda posso davvero essere breve. Come ti dicevo prima, credo che si possa parlare di virtuale solo se con questo termine non si pensa più a una realtà separata in cui “nessuno sa che sei un cane”, come recita una delle più famose vignette su Internet apparsa nel 1993 sul The New Yorker, ma come la capacità/potenza/e forza di riorganizzare gli elementi del reale. Si parla oggi sempre più spesso di “fine del virtuale” o per STEINERinternetdogsindicare il fatto che le vecchie forze politiche ed economiche del “reale” hanno invaso Internet (che sempre più, in effetti, pare essere balcanizzato) o per dire che il digitale ha ormai invaso ogni aspetto della nostra vita e che ci troviamo sempre più spesso online senza saperlo (onlife è il termine che usa il filosofo Luciano Floridi). Bene, io credo che in entrambi i casi siamo di fronte a delle iperboli. Il virtuale resiste oggi come frontiera porosa, ovvero come processo di distanziazione e riappropriazione, come traduzione di elementi reali in “segni” (uso qui un termine vago, ma nel linguaggio di Peirce parlerei più specificatamente di “indizi” oppure, come suggerisce l’autrice olandese Marianne van den Boomen, di “metafore materiali”) che possono essere ricombinati prima di tornare alla “realtà”. Se non si capisce questa dinamica di rappresentazione (ben inteso, una rappresentazione performativa) si rischia di cadere nell’illusione della trasparenza. Non so se sono stato abbastanza chiaro ma direi che la mia posizione è quella di un ermeneuta, tanto più che il progetto di ricerca che sto sviluppando in questo momento s’intitola proprio “ermeneutica digitale”.

Grazie per la lettura! Se sei interessato alle interviste sui nuovi media puoi leggere l’intervista al prete e vignettista satirico Don Giovanni Berti, che ci parla di religione e nuovi mezzi di comunicazione.