Quanti sono i vegani in Italia secondo le statistiche? Forse troppi, e in questo articolo vi spiego il perché.

Che cos’è il veganismo?

Iniziamo con una domanda: che cos’è il veganismo? Non è una domanda facile, in realtà, sebbene, in teoria, esista una definizione ben precisa, ossia la definizione di veganismo data dalla Vegan Society:

Veganism is a way of living which seeks to exclude, as far as is possible and practicable, all forms of exploitation of, and cruelty to, animals for food, clothing or any other purpose.

Vedremo tuttavia che le cose non sono sempre così trasparenti e lineari. I confini tra le categorie di “vegetariano”, “vegano” e “onnivoro” (e si aggiunga pure “l’onnivoro etico”) sono più sfumati di quanto si potrebbe credere – come dimostrano alcune ricerche sociologiche in materia – e il veganismo è un movimento poco strutturato e permeabile alla ridefinizione da parte di attori sociali terzi rispetto al movimento.

Il boom di vegani

Ma spostiamoci subito in Italia e diamo uno sguardo al trend vegano e alla “veganizzazione del mercato”. Sebbene la storia della Vegan Society inizi nel 1944 in Inghilterra, la popolarità del veganismo in Italia risale soltanto agli ultimi anni. Lifestyle movement di nicchia divenuto mainstream anche per le attenzioni riservategli dai media e dalla grande distribuzione organizzata, le rilevazioni statistiche lo hanno consacrato come fenomeno in crescita. Siamo negli anni del “boom di vegani”, appunto, come titolano molti articoli, e certo non mancano nemmeno i critici.

Cosa dicono le statistiche? I vegani e vegetariani in Italia, secondo le statistiche pubbliche a disposizione, sono circa il 6/8% della popolazione. I Rapporti Italia Eurispes affermano che si dichiara vegano l’1% del campione intervistato nel 2016 e il 3% nel 2017 (dati Eurispes). Analogamente, secondo l’Osservatorio VeganOKil 2,6% della popolazione si definisce vegano. Una nicchia di mercato significativa che ha attirato l’attenzione dei produttori.

Rielaborazione dati Eurispes by Netnologia

Anche Google può confermare il trend. La società vive sempre più onlife, per dirla con Luciano Floridi, e il web diventa specchio sempre più fedele delle tendenze sociali: ci si rivolge a Google per ottenere informazioni rispetto ai temi che occupano la propria attenzione e Google ne tiene traccia; così, possiamo ricorrere ai dati Google Trends per stimare l’interesse verso il fenomeno vegan attraverso l’indicatore proxy dei volumi di ricerca per i termini ad esso connessi.

Interrogando Google Trends sul traffico generato in Italia dalla ricerca dei termini “vegan”, “vegano”, “vegana”, “vegani” e “vegane”, rileviamo un inequivocabile aumento dell’interesse per il fenomeno.

Rielaborazione dati Google Trends by Netnologia. Occorre notare che Google Trends non restituisce i volumi di ricerca assoluti ma quelli relativi e posti in scala 0-100. Per approfondire rimando a questo articolo sull’argomento.

I mass media sono ampiamente responsabili dell’attenzione rivolta al veganismo. Sebbene i media non si esprimano sempre in modo favorevole verso il fenomeno, contribuiscono in ogni caso a mantenere i riflettori puntati su di esso. Crescono anche “le pubblicazioni «veg»” che “in Italia sono state 41 nel 2013, 98 nel 2014 e 193 nel 2015 (dati Aie/Nielsen)”.

Figura 1 - Frequenze degli articoli positivi, negativi e neutri per anno

Figura 1 – Frequenze degli articoli positivi, negativi e neutri dedicati al veganismo dalla stampa nazionale online, come rilevati nella ricerca “L’inchiostro digitale è vegano? La rappresentazione del veganismo sulla stampa”

Articoli, pubblicazioni, servizi televisivi e anche dati statistici sono importanti per lo sviluppo del fenomeno perché non sono semplicemente una descrizione neutra della realtà, ma un insieme di risorse culturali che “educano” il cittadino e il consumatore al significato di “veganismo” e alla pratica d’acquisto Veg. Questa attività di socializzazione al veganismo può essere efficace tanto se proviene da associazioni storiche come la Vegan Society o altre che fanno della diffusione della cultura vegana e antispecista la loro missione, quanto se proviene da qualsivoglia altra fonte.

Proprio la definizione di veganismo rappresenta, come vedremo tra poco, il tallone d’Achille delle statistiche del settore. A mio parere, quantomeno.

La “veganizzazione” del mercato

Il veganismo porta con sé un immenso potenziale d’innovazione: ogni prodotto può essere reinventato come vegano. Talvolta la reinvenzione consiste in un mero rebranding del prodotto tramite un’etichetta o una certificazione vegana, altre volte nel cambiamento delle materie prime e dei processi di produzione.

L’attrattività del mercato vegan è rappresentata soprattutto dal fatto che i consumatori di prodotti vegani si estendono al di là della popolazione che aderisce alla filosofia vegan in senso stretto. Molti prodotti vegani possono essere acquistati per i motivi più disparati: curiosità, salutismo, una generica attenzione etica, ambientalismo. Dal momento che sono oramai disponibili sugli scaffali di tutti i supermercati, i prodotti alimentari vegani possono comodamente finire nel carrello di chiunque: di vegani, vegetariani ma anche di chi segue un regime alimentare “onnivoro” o flexetariano, intendendo con quest’ultimo termine chi “predilige seguire un modello di alimentazione di tipo vegetariano, senza rinunciare ad alimentarsi sporadicamente di proteine animali”.

Un popolo di “vegani e vegetariani part-time”

Gli italiani sono soprattutto un popolo Veg part-time: gli autentici aderenti alla filosofia vegan sono una minoranza e i vegetariani non sono moltissimi, ma ben il 40% delle famiglie consuma prodotti vegetariani o vegani. Questo dicono i dati Nielsen,  che parlano “di un giro d’affari che nel 2016 ha toccato i 357 milioni di euro di fatturato nella sola grande distribuzione, con un incremento del 18% negli ultimi 12 mesi (dati luglio 2016)”.

Ma se “solo” 6 italiani su 100 si dichiarano vegetariani e 2 su 100 si definiscono vegani, a cosa è dovuto questo fatturato? Il fatto è che gli italiani sono sempre più attenti al benessere. E come dimostra il Rapporto Coop 2016, questa attenzione alla salute li porta anche a modificare il carrello della spesa. (italiani.coop)

L’interpretazione è a mio parere perfettamente corretta. Nonostante alcuni attivisti vegani possano essere tentati di brindare alla vittoria, vedendo in questo trend di consumo green un sintomo della diffusione della filosofia vegan, il trend, per ora, non è a mio parere trainato dalla filosofia animalista, che resta di nicchia, ma più dal “culto del benessere”, da una preoccupazione per la propria salute che non solo c’entra poco con il veganismo, ma è a ben vedere in antitesi alla filosofia vegana, dal momento che è auto-interessata, piuttosto che volta “altruisticamente” al benessere degli animali e del pianeta.

Salutisti o animalisti?

Se guardiamo ai dati Eurispes 2017, in effetti, troviamo che la motivazione per essere vegani o vegetariani si distribuisce per un 30% circa tra le motivazioni legate al rispetto della vita animale, per un 10% circa tra quelle legate alla tutela dell’ambiente, e per un 45% circa tra quelle legate al benessere e alla salute personale. La salute è dunque la motivazione principale e le cifre rimangono piuttosto stabili al variare degli anni (a parte un sospetto calo nella rilevazione del Rapporto 2014).

Rielaborazione dati Eurispes by Netnologia

Potremmo notare che la preponderanza della motivazione salutista appare in controtendenza rispetto agli studi internazionali – sia pure con il limite di essere condotti su campioni molto piccoli e di essere talvolta un po’ datati – che individuano la preoccupazione etica per gli animali come prima motivazione non solo del veganismo, ma anche del vegetarianismo, seguita da quella salutista e infine ambientalista (M.B. Ruby / Appetite 58, 2012, p. 142). Tuttavia, siamo una società caratterizzata da una cultura che fa del benessere un valore centrale, come già detto, per cui questi dati non sembrano affatto contraddittori.

I dati Eurispes resi disponibili al pubblico sono tuttavia carenti perché aggregano le motivazioni di vegani e vegetariani. I vegani hanno però un’attitudine animalista tipicamente più pronunciata rispetto ai vegetariani. Per una statistica delle motivazioni tipicamente vegane si può guardare ai dati che emergono dalla ricerca diretta dalla dott.ssa Paola Cane per l’Osservatorio VeganOK e condotta su un campione di ben 15.000 vegani (a mia conoscenza la più ampia nel settore), da cui emerge che “il 73% della popolazione vegana consultata dichiara di aver abbracciato il veganesimo per “amore e rispetto per la vita”, il 18% per motivi legati alla salute, il 6% per motivi ecologici, il restante 3% per motivi etici generali”. Dati senz’altro calzanti, che mostrano chiaramente che le motivazioni vegan sono molto diverse da quelle che appaiono dal quadro, più generale e generico, dipinto dai dati Eurispes resi pubblicamente disponibili.

Il problema delle statistiche

I dati Eurispes 2017 derivano da un campione di 1.084 individui stratificato in base alla distribuzione della popolazione, di età pari e superiore ai 18 anni. Tale popolazione ammonta, secondo dati dell’ultimo censimento Istat, a 49.424.504 individui. Azzardando una generalizzazione a partire dai dati Eurispes risulterebbero 3.756.262 italiani maggiorenni tra vegetariani e vegani, di cui 2.273.527 vegetariani e 1.482.735 vegani.

Gli articoli che riportano un ammontare di 1.800.000 vegani calcolano tale cifra applicando la stima Eurispes all’intera popolazione nazionale, neonati inclusi… quando già in una stima come quella appena indicata sono inclusi gli ultracentenari, per cui “stiamo un po’ dando i numeri”, per così dire. Il Documento di sintesi Eurispes, ad ogni modo, non riporta generalizzazioni alla popolazione italiana, ma solo i dati percentuali relativi al suo campione di intervistati.

Il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. Il trend, negli ultimi anni, è stato altalenante: 6,5% nel 2014; 5,7% nel 2015; 7,1% nel 2016. Nel 2017, il numero dei vegetariani scende, a favore della categoria dei vegani. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano, con un calo di 2,5 punti percentuali rispetto al 2016. La percentuale di vegani, pur rappresentando una netta minoranza della popolazione conquista un nuovo spazio, giungendo, nel 2017, al 3% rispetto all’1% del 2016. (Documento di sintesi, Rapporto Italia 2017, pag. 104)

Occorrerebbe ovviamente considerare intervallo e livello di confidenza di queste statistiche – che non sono certo senza errore – ma non voglio fare disquisizioni di metodologia, sulla quale Eurispes è senz’altro più che competente. Vediamo ad ogni modo cosa dicono altre ricerche condotte nei paesi anglosassoni.

Le stime anglosassoni

Da una ricerca condotta condotta su un campione 9 volte superiore a quello di Eurispes (9,933 individui di età superiore a 15 anni) dall’Istituto Ipsos – Mori in Inghilterra – ovverosia nella patria del veganismo, sede della prima società vegetariana e vegana del mondo, quest’ultima risalente al 1944, risulta un 3,25% tra vegetariani e vegani, un 1,05% di vegani “salutisti” (dietary vegans, ossia persone che  seguono soltanto una dieta vegana), e uno 0,7% di vegani veri e propri (lifestyle vegans) che evitano di consumare e usare qualunque cosa contenga animali o derivati, o sia connesso in modo diretto o indiretto allo sfruttamento degli animali. Certo appare quantomeno sospetto che l’Italia conti il doppio dei Veg e il triplo od oltre di vegani rispetto alla patria mondiale del veganismo e del vegetarianismo.

Donald Watson, fondatore della Vegan Society

Una survey condotta dal Pew Research Center sulla popolazione americana, trova un 3% tra vegani e vegetariani strettamente aderenti, e un più ampio 6% di persone che seguono, per lo più ma non strettamente, una dieta vegana e vegetariana. Proprio questo veganismo e vegetarianismo “per lo più”, rappresenta il nodo cruciale su cui voglio porre l’attenzione.

Dirsi vegani ed essere vegani. Il nodo delle rilevazioni statistiche

Al di là delle metodologie statistiche, su cui non voglio qui disquisire – non è questo il punto e non ho motivo di dubitare della bontà della metodologia scientifica di Eurispes e degli altri Istituti – un problema si pone quando non si distingue tra vegani e vegetariani strettamente aderenti, magari da anni, e coloro che seguono, magari da poco, uno stile di vita o alimentare vagamente vegano o vegetariano, o “simpatizzano” con la visione del mondo Veg (in qualunque modo essa sia intesa).

D’altra parte, dati come quelli di Eurispes emergono da auto-definizioni e la definizione di vegano è abbastanza complessa da non essere patrimonio del senso comune. I media, che abbiamo detto influenzano la comprensione del fenomeno, non sempre aiutano a comprendere il veganismo nella sua complessità di filosofia animalista antispecista che si oppone a qualunque utilizzo degli animali, ma si limita spesso a parlare di veganismo come dieta. È pertanto perfettamente possibile che una persona si definisca vegana semplicemente perché nell’ultimo periodo ha deciso di non mangiare carne e bere latte, ignorando che i derivati animali sono presenti in molti alimenti, e magari senza nemmeno sapere che il veganismo non si limita ad una dieta ma coinvolge tutte le scelte di consumo. È possibile, in altri termini, che una persona si definisca vegana senza aderire alla definizione-tipo di veganismo.

Non si tratta di mere supposizioni. Da una serie di 24 interviste in profondità, la sociologa Elizabeth Cherry ha trovato che sebbene tutti si auto-definissero vegani, le loro definizioni di veganismo erano soltanto talvolta aderenti a quella della Vegan Society, mentre altre volte assumevano connotazioni personali, soggettive e più flessibili.

I found that, among the participants, there were two different ways of defining and practicing veganism. About half of the respondents adhered to the Vegan Society definition of veganism and practiced veganism according to that definition. The other half created and abided by personal, idiosyncratic definitions of veganism, which were considerably less strict and often included dairy products or honey. (E. Cherry, p. 156)

Cherry osserva che simili incongruenze sono state rilevate anche da altri. Per esempio Anna Willetts, che ha studiato le pratiche alimentari nella zona di Londra, pur avendo un piccolo numero di casi, ha trovato che il 66% dei suoi “vegetariani e vegani” mangiavano carne. Un vegano era un amante della pancetta e un altro mangiava pesce (“Bacon Sandwiches got the better of me“).

One “vegan” also ate bacon and another ate fish. In fact, only eight of the vegetarians in the study did not eat any meat. While acknowledging that the sample was relatively small, the fact that 66 per cent of the self-defined vegetarians incorporated meat into their diet should not go unnoticed. (p.116)

Già all’inizio degli anni ’90 Beardsworth e Keil avevano sostenuto che il vegetarianismo era misurabile meglio come un continuum di categorie, a seconda del grado di evitamento di prodotti animali, piuttosto che come una categoria discreta ben distinta dallo stile “onnivoro” (M.B. Ruby, p. 142).

In un altro studio si trova indicato che solo una parte del campione – la metà – che si autodefiniva ex-vegano o ex-vegetariano incontrava effettivamente la definizione di veganismo e vegetarianismo:

(…) while 21% of our sample self-identified as a former vegetarian/vegan, only about half (49%) of these individuals met our definition of vegetarianism (no meat) or veganism (no animal products) … (Study of Current and Former Vegetarians and Vegans, pag. 3)

La frammentazione del veganismo

La conclusione? Che le categorie di vegano, vegetariano, “onnivoro” (e aggiungiamo anche quella di “onnivoro etico“) non sono così distinte come si potrebbe credere, di certo non nella cultura comune, e che le auto-definizioni sono più soggettive di quanto si potrebbe sospettare. Le cifre declamate dalle statistiche, basate sull’auto-definizione degli intervistati, sono di conseguenza molto vaghe, e indicano un’insieme di comportamenti e idee non ben definiti.

La soggettività nelle definizioni può forse in parte addebitarsi ai media, ma è anche permessa dalla natura stessa del veganismo, a mio parere. Il veganismo è infatti un movimento di lifestyle, sostanzialmente individualista, nel senso che non occorre essere parte di un’associazione o di una organizzazione per definirsi vegani: il veganismo per sua natura mira al cambiamento della società tramite il cambiamento dello stile di vita individuale. Proprio la “decentralizzazione” del veganismo rende pressoché impossibile un controllo centralizzato “dell’ideologia” del movimento, ossia della sua cultura, dei suoi valori e delle sue pratiche cruciali, con l’effetto di consentire una caratteristica variabilità culturale fin dalla definizione di quel che esso è. Sebbene non manchino associazioni animaliste e vegane che contribuiscono a costruire e a diffondere la cultura antispecista, la sostanziale mancanza di struttura del veganismo, lo rende permeabile alla ridefinizione da parte di attori sociali terzi, come quelli che operano sul mercato e sui mass media, che hanno la possibilità di plasmarne l’immagine secondo interessi che non collimano sempre con quelli della filosofia antispecista tipica del veganismo.

In questa fase, in particolare, è il mercato che sta amministrando la cultura vegana. E da questo, a mio parere, gli attivisti animalisti dovrebbero essere resi, almeno un po’, preoccupati piuttosto che acriticamente contenti. Si tratta in parte di una conquista, forse, ma non senza ombre, e non si dovrebbe considerare, secondo la mia opinione, l’incremento dei “vegani” come un diretto indicatore di successo del movimento animalista. Ma su questo occorrerebbe aprire un altro discorso.

Pertanto possiamo sciogliere il nodo delle statistiche osservando che sembra stia crescendo il numero di persone che si auto-definiscono vegane o vegetariane, ma questo non può essere considerato, senza precauzioni, come una descrizione fedele di uno stile dietetico, di consumo e di una ben definita filosofia di vita.

Sarebbe vantaggioso, a mio parere, che le prossime rilevazioni statistiche del fenomeno tenessero presente la variabilità delle definizioni di veganismo e vegetarianismo, un po’ come ha fatto Ipsos nella ricerca svolta sotto la committenza della Vegan Society.

 

Il Dalai Lama sembra aver detto: “Condividi la tua conoscenza. È un modo per raggiungere l’immortalità”. Non so se sia vero e di certo non lo posso garantire, ma se hai trovato l’articolo utile e interessante, puoi condividerlo con uno dei pulsanti qui sotto. Grazie per la lettura!